Sette piani dopo un giorno di viaggio in treno, Giuseppe Corte arrivò, una mattina di marzo, alla città dove c’era la famosa casa di cura. Aveva un po’ di febbre, ma volle fare ugualmente a piedi la strada fra la stazione e l’ospedale



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Datum21.08.2016
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SETTE PIANI

Dopo un giorno di viaggio in treno, Giuseppe Corte arrivò, una mattina di marzo, alla città dove c’era la famosa casa di cura. Aveva un po’ di febbre, ma volle fare ugualmente a piedi la strada fra la stazione e l’ospedale, portandosi la sua valigetta.

Benché avesse soltanto una leggerissima forma incipiente, Giuseppe Corte era stato consigliato di rivolgersi al celebre sanatorio, dove non si curava che quell’unica malattia. Ciò garantiva un’eccezionale competenza nei medici e la più razionale ed efficace sistemazione d’impianti.

Quando lo scorse da lontano - e lo riconobbe per averne già visto la fotografia in una circolare pubblicitaria - Giuseppe Corte ebbe un’ottima impressione. Il bianco edificio a sette piani era solcato da regolari rientranze che gli davano una fisionomia vaga d’albergo. Tutt’attorno era una cinta di alti alberi.

Dopo una sommaria visita medica, in attesa di un esame più accurato Giuseppe Corte fu messo in una gaia camera del settimo ed ultimo piano. I mobili erano chiari e lindi come la tappezzeria, le poltrone erano di legno, i cuscini vestiti di policrome stoffe. La vista spaziava su uno dei più bei quartieri della città. Tutto ero tranquillo, ospitale e rassicurante.

Giuseppe Corte si mise subito a letto e, accesa la lampadina sopra il capezzale, cominciò a leggere un libro che aveva portato con sé. Poco dopo entro un’infermiera per chiedergli se desiderasse qualcosa.

Giuseppe Corte non desiderava nulla ma si mise volentieri a discorrere con la giovane, chiedendo informazioni sulla casa di cura. Seppe così la strana caratteristica di quell’ospedale. I malati erano distribuiti piano per piano a seconda della gravità. Il settimo, cioè l’ultimo, era per le forme leggerissime. Il sesto era destinato ai malati non gravi ma neppure da trascurare. Al quinto si curavano già affezioni serie e così di seguito, di piano in piano. Al secondo erano i malati gravissimi. Al primo quelli per cui era inutile sperare.

Questo singolare sistema, oltre a sveltire grandemente il servizio, impediva che un malato leggero potesse venir turbato dalla vicinanza di un collega in agonia, e garantiva in ogni piano un’atmosfera omogenea.
D’altra parte la cura poteva venir così graduata in modo perfetto.

Ne derivava che gli ammalati erano divisi in sette progressive caste. Ogni piano era come un piccolo mondo a sé, con le sue particolari regole, con le sue speciali tradizioni. E siccome ogni settore era affidato a un medico diverso, si erano formate, sia pure minime, ma precise differenze nei metodi di cura, nonostante il direttore generale avesse impresso all’istituto un unico fondamentale indirizzo. Quando l’infermiera fu uscita, Giuseppe Corte, sembrandogli che la febbre fosse scomparsa, raggiunse la finestra e guardò fuori, non per osservare il panorama della città, che pure era nuova per lui, ma nella speranza di scorgere, attraverso le finestre, altri ammalati dei pianti inferiori. La struttura dell’edificio, a grande rientranze, permetteva tale genere di osservazione. Soprattutto Giuseppe Corte concentrò la sua attenzione sulle finestre del primo piano che sembravano lontanissime, e che si scorgevano solo di sbieco. Ma non poté vedere nulla di interessante. Nella maggioranza erano ermeticamente sprangate dalle grigie persiane scorrevoli.

Il Corte si accorse che a una finestra di fianco alla sua stava affacciato un uomo. I due si guardarono a lungo con crescente simpatia, ma non sapevano come rompere il silenzio. Finalmente Giuseppe Corte si fece coraggio e disse: “Anche lei sta qui da poco?”

Oh no” fece l’altro “sono qui già da due mesi…” tacque qualche istante e poi, non sapendo come continuare la conversazione, aggiunse: “Guardavo giù mio fratello”.

Suo fratello?”

Sì” spiegò lo sconosciuto. “Siamo entrati insieme, un caso veramente strano, ma lui è andato peggiorando, pensi che adesso è già al quarto.”

Al quarto che cosa?”

Al quarto piano” spiegò l’individuo e pronunciò le due parole con una tale espressione di commiserazione e di orrore, che Giuseppe Corte restò quasi spaventato.

Ma son così gravi al quarto piano?” domandò cautamente.

Oh Dio” fece l’altro scuotendo lentamente la testa “non sono ancora così disperati, ma è comunque poco da stare allegri.

Ma allora” chiese ancora il Corte, con una scherzosa disinvoltura come di chi accenna a cose tragiche che non lo riguardano “allora, se al quarto sono già così gravi, al primo che mettono allora?”

Oh, al primo sono proprio i moribondi. Laggiù i medici non hanno più niente da fare. C’è solo il prete che lavora. E naturalmente…”

Ma ce n’è pochi al primo piano” interruppe Giuseppe Corte, come se gli premesse di avere una conferma “quasi tutte le stanze sono chiuse laggiù.”

Ce n’è pochi, adesso, ma stamattina ce n’erano parecchi” rispose lo sconosciuto con un sottile sorriso. “Dove le persiane sono abbassate là qualcuno è morto da poco. Non vede, del resto, che negli altri piani tutte le imposte sono aperte? Ma mi scusi” aggiunse ritraendosi lentamente “mi pare che cominci a far freddo. Io ritorno in letto. Auguri, auguri…”



L’uomo scomparve dal davanzale e la finestra venne chiusa con energia; poi si vide accendersi dentro una luce.

Giuseppe Corte se ne stette ancora immobile alla finestra fissando le persiane abbassate del primo piano. Le fissava con un’intensità morbosa, cercando di immaginare i funebri segreti di quel terribile primo piano dove gli ammalati venivano confinati a morire; e si sentiva sollevato di sapersene così lontano. Sulla città scendevano intanto le ombre della sera. Ad una ad una le mille finestre del sanatorio si illuminavano, da lontano si sarebbe potuto pensare a un palazzo in festa. Solo al primo piano, laggiù in fondo al precipizio, decine e decine di finestre rimanevano cieche e buie.

Il risultato della visita medica generale rasserenò Giuseppe Corte. Incline di solito a prevedere il peggio, egli si era già in cuor suo preparato a un verdetto severo e non sarebbe sorpreso se il medico gli avesse dichiarato di doverlo assegnare al piano inferiore. La febbre infatti non accennava a scomparire, nonostante le condizioni generali si mantenessero buone. Invece il sanitario gli rivolse parole cordiali e incoraggianti. Un principe di male c’era - gli disse - ma leggerissimo; in due o tre settimane probabilmente tutto sarebbe passato.

E allora resto al settimo piano? Aveva domandato ansiosamente Giuseppe Corte a questo punto.

Ma naturalmente!” gli aveva risposto il medico battendogli amichevolmente una mano su una spalla. “E dove pensava di dover andare? Al quarto forse?” chiese ridendo, come per alludere alla ipotesi più assurda.

Meglio così, meglio così” fece il Corte. “Sa? Quando si è ammalati si immagina sempre il peggio…”

Giuseppe Corte infatti rimase nella stanza che gli era stata assegnata originariamente. Imparò a conoscere alcuni dei suoi compagni di ospedale, nei rari pomeriggi in cui gli veniva concesso d’alzarsi. Seguì scrupolosamente la cura, mise tutto l’impegno a guarire rapidamente, ma ciononostante le sue condizioni pareva rimanessero stazionarie.

Erano passati circa dieci giorni, quando a Giuseppe Corte si presentò il capo-infermiere del settimo piano. Aveva da chiedere un favore in via pure amichevole: il giorno doveva entrare all’ospedale una signora con due bambini; due camere erano libere, proprio di fianco alla sua, ma mancava la terza; non avrebbe consentito il signor Corte a trasferirsi in un’altra camera, altrettanto confortevole?

Giuseppe Corte non fece naturalmente difficoltà; una camera o un’altra per lui erano lo stesso; gli sarebbe anzi toccata forse una nuova e più graziosa infermiera.

La ringrazio di cuore” fece allora il capo-infermiere con un leggero inchino; da una persona come lei le confesso non mi stupisce un così gentile atto di cavalleria. Fra un’ora, se lei non ha nulla in contrario, procederemo al trasloco. Guardi che bisogna scendere al piano di sotto” aggiunse con voce attenuata come si trattasse di un particolare assolutamente trascurabile. “Purtroppo in questo piano non ci sono altre camere libere. Ma è una sistemazione assolutamente provvisoria” si affrettò a specificare vedendo che Corte, rialzatosi di colpo a sedere, stava per aprir bocca in atto di protesta” una sistemazione assolutamente provvisoria. Appena resterà libera una stanza, e credo che sarà fra due o tre giorni, lei potrà tornare di sopra.”

Le confesso” disse Giuseppe Corte sorridendo, per dimostrare di non essere un bambino” le confesso che un trasloco di questo genere non mi piace affatto.”

Ma non ha alcun motivo medico questo trasloco; capisco benissimo quello che lei intende dire, si tratta unicamente di una cortesia a questa signora che preferisce non rimaner separata dai suoi bambini…”Per carità” aggiunse ridendo apertamente “non le venga neppure in mente che ci siano altre ragioni!”

Sarà” disse Giuseppe Corte “ma mi sembra di cattivo augurio”.

Il Corte così passò al sesto piano, e sebbene fosse convinto che questo trasloco non corrispondesse a un peggioramento del male, si sentiva a disagio al pensiero che tra lui e il mondo normale, della gente sana, già si frapponesse un netto ostacolo. Al settimo piano, porto d’arrivo, si era in un certo modo ancora in contatto con il consorzio degli uomini; esso si poteva anzi considerare quasi un prolungamento del mondo abituale. Ma al sesto già si entrava nel corpo autentico dell’ospedale; già la mentalità dei medici, delle infermiere e degli stessi ammalati era leggermente diversa. Già si ammetteva che a quel piano venivano accolti dei veri e propri ammalati, sia pure in forma non grave. Dai primi discorsi fatti con i vicini di stanza, con il personale e con i sanitari, Giuseppe Corte si accorse come in quel reparto il settimo piano venisse considerato come un scherzo, riservato ad ammalati dilettanti, affetti più che altro da fisime; solo dal sesto, per così dire, si cominciava davvero.

Comunque Giuseppe Corte capì che per tornare di sopra, al posto che gli competeva per le caratteristiche del suo male, avrebbe certamente incontrato qualche difficoltà; per tornare al settimo piano, egli doveva mettere in moto un complesso organismo, sia pure per un minimo sforzo; non c’era dubbio che se egli non avesse fiatato, nessuno avrebbe pensato a trasferirlo di nuovo al piano superiore dei “quasi-sani”.

Giuseppe Corte si propose perciò di non transigere sui suoi diretti e di non cedere alle lusinghe dell’abitudine. Ai compagni di reparto teneva molto a specificare di trovarsi con loro soltanto per pochi giorni, ch’era stato lui a voler scendere d’un piano per far piacere a una signora, e che appena fosse rimasta libera una stanza sarebbe tornato di sopra. Gli altri lo ascoltavano senza interesse e annuivano con scarsa convinzione.


Il convincimento di Giuseppe Corte trovò piena conferma nel giudizio del nuovo medico. Anche questi ammetteva che Giuseppe Corte poteva benissimo essere assegnato al settimo piano; la sua forma era as-so-lu-ta-men-te leg-ge-ra e scandiva tale definizione per darla importanza - ma in fondo riteneva che al sesto piano Giuseppe Corte forse potesse essere meglio curato.

Non cominciamo con queste storie” interveniva a questo punto il malato con decisione “lei mi ha detto che il settimo piano è il mio posto, e voglio ritornarci.”



Nessuno ha detto il contrario” ribatteva il dottore “il mio era un puro e semplice consiglio non da dot-to-re, ma da au-ten-ti-co a-mi-co! La sua forma, le ripeto, è leggerissima, non sarebbe esagerato dire che lei non è nemmeno ammalato, ma secondo me si distingue da forme analoghe per una certa maggiore estensione. Mi spiego: l’intensità del male è minima, ma considerevole l’ampiezza; il processo distruttivo delle cellule” era la prima volta che Giuseppe Corte sentiva là dentro quella sinistra espressione “il processo distruttivo delle cellule è assolutamente agli inizi, forse non è neppure cominciato, ma tende, dico solo tende, a colpire contemporaneamente vaste porzioni dell’organismo. Solo per questo, secondo me, lei può essere curato più efficacemente qui, al sesto, dove i metodi terapeutici sono più tipici e intensi.







incipiente: beginnend ‘incipiente paralisi’: een beginnende verlamming

solcare: doorsnijden/ doorklieven

regolare: regelmatig

rientranza: (het) inspringen/ inham

rientranza regolare: inspringende gedeelten

cinta: ommuring/ omheining

sommario: summier/ beknopt/ oppervlakkig ‘in modo sommario

gaio: vrolijk/ opgewekt

lindo: net/ netjes/ schoon/ verzorgd/ helder

spaziare: zich uitstrekken
rassicurante: geruststellend ‘notizie rassicuranti
capezzale: hoofdeind/ ziekbed


discorrere: praten/ spreken/ discussiëren ‘fare un gran discorrere’: veel ophef maken
a seconda di: naargelang van

trascurare: verwaarlozen/ veronachtzamen
oltre a: behalve/ naast

sveltire: bespoedigen/ versnellen ‘sveltire una procedura

turbare: verontrusten/ overstuur doen raken

agonia: doodsstrijd

sette progressive caste: zeven trapsgewijs opklimmend kasten
imprimere: inprenten

indirizzo: lijn
sbieco: scheef/ schuin ‘perché mi guardi di sbieco? Cosa ho detto di male

spranga: grendel ‘mettere la spranga sulla porta

sprangare: grendelen ‘sprangare porte e finestre

persiana scorrevole: rolluik


commiserazione: medelijden/ mededogen/ erbarmen ‘un sorriso di commiserazione
cauto: voorzichtig/ behoedzaam

disinvoltura: nonchalance/ lichtzinnigheid

che non lo riguardano: die hem niet aangaan
premesse: da premere: druk uitoefenen
imposta: luiken/ blinden

mi pare che + congiuntivo (cominci)

morboso: ziekelijk/ morbide

funebre: somber/ luguber/ treurig/ desolaat ‚marcia funebre’: treurmars

confinare: verbannen


precipizio: afgrond
incline: geneigd tot ‘incline alla menzogna’: geneigd tot liegen

verdetto: verdict ‘verdetto di condanna’: veroordeling ‘verdetto d’assoluzione’: vrijspraak

assegnare: verwijzen/ toevertrouwen

accennare: il tempo non accenna a rimettersi’: het ziet er niet naar uit dat het weer beter wordt.

sanitario: arts/ medicus


ansiosamente: angstig/ ongerust/ bezorgd
alludere: zinspelen op
gli veniva concesso: hem werd toegestaan

concedere: toestaan ‘non le hanno concesso di vedere il marito

in via (amichevole): geheel en al vriendschappelijk

consentire: het eens zijn met/ instemmen met


grazioso: aardig

toccare: te beurt vallen/ ten deel vallen

atto di cavalleria: vriendelijke/ ridderlijke daad
stupire: zich verbazen/ verbaasd zijn ‘mi stupisco di te!’: dat had ik van jou niet verwacht
attenuare: verminderen/ verzachten/ afnemen


rialzatosi di colpo a sedere: overeind schieten/ rechtspringen

confessare: bekennen
essere di cattivo augurio: een ongunstig voorteken/ ongeluk brengen
per carità: om Godswil

a disagio: onbehaaglijk/ niet op zijn gemak
frapporre: in de weg staan ‘fraporre ostacoli alla realizzazione di un progetto’: de verwezenlijking vane en plan belemmeren

netto: duidelijk ‘fare una netta distinzione’: een duidelijk onderscheid maken

consorzio: consortium

esso: het


si cominciava davvero: werd het ernst
dilettante: amateur

affetto: lijdend aan

fisima: gril/ nuk/ kuur
competere: toekomen aan/ recht hebben op ‘quello che mi compete’: waar ik recht op heb


fiatare: zijn mond opendoen

sforzo: moeite/ inspanning ‘senza sforzo’: moeiteloos

transigere: schipperen/ tot een schikking komen

lusinga: vleierij/ gevlei

non cedere alle lusinghe dell’abitudine: niet toegeven aan de verlokking van de sleur
annuire: jaknikken/ instemmend knikken
convincimento: overtuiging/ ‘fermo convincimento’: vaste overtuiging

tale: zo/ dergelijk/ zodanig

scandire: articuleren/ scanderen
distinguere: onderscheiden

estensione: uitbreiding/ omvang/ grootte

considerevole: aanzienlijk ‘aumento considerevole’: aanzienlijke verhoging

ampiezza: grootte/ omvang

l’intensità del male è minima, ma considerevole l’ampiezza: uw ziekte is gering in hevigheid maar aanzienlijk in omvang…
tende: da tendere: de neiging hebben

contemporaneamente: tegelijkertijd

vasto: ruim/ breed/ groot ‘un intervento su vasta scala’: een massale interventie






















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